Ai caduti romani

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Sono dunque giunto in quel momento della vita in cui ci si chiede: “com’è caduto l’Impero Romano?”. Ognuno ha la sua risposta, ma quello che è certo è che tendiamo a trascurare la complessità dell’avvenimento e a ricondurre il tutto ad un unico fattore determinato dal proprio senso estetico. Quando studiamo a scuola e vediamo che a una certa (395, dopo la morte di Teodosio) l’impero si divide in Romano d’Occidente e Romano d’Oriente storciamo il naso e per noi, che sappiamo come va a finire, quella è un’avvisaglia di debolezza. Poi c’è il primo Sacco di Roma (410, ad opera di Alarico I re dei Visigoti) e lì diciamo: “ok, è finita, se sono arrivati a Roma…”. Quindi con Attila riceve il colpo di grazia: “pace, è stato bello. Adieu!” e cade definitivamente (476, Odoacre depone Romolo Augusto).

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Ma perché è caduto? Qual è stata la causa debilitante? Cos’è successo da quando l’esercito romano sbaragliava i barbari in scioltezza come nelle scene iniziali del Gladiatore a quando prendeva schiaffi da tutte le parti? Ognuno ha una risposta che alberga nel suo cuore. Chi dice sia stato il cristianesimo che ha ingentilito gli animi guerrieri dei soldati, chi dice la corruzione, guerre civili, regnanti incapaci, mancanza del sistema metrico decimale, burocrazia troppo lenta, barbari, impero scuolaeducazionePersiano. Io, a differenza della marmaglia, mi sono letto un libro (Peter Heather, La caduta dell’Impero Romano) che analizza il fenomeno alla luce di nuovi elementi storiografici – da notare lo spessore che mi fa guadagnare la mia seconda “stellina scuola e educazione”.

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 Ovviamente la risposta non è una sola, è un agglomerato di quelle elencata sopra, tutte tranne il cristianesimo. Heather si spreca abbastanza nel confutare la tesi di Gibbon secondo cui “il Cristianesimo creò la certezza che una migliore vita sarebbe esistita dopo la morte e che questa idea portò i cittadini romani ad una indifferenza circa la vita terrena, che indebolì il loro desiderio di sacrificarsi per l’Impero”.

Però. C’è un “però”.

Essendo io dotato del sopra citato senso estetico, mi piace ricondurre il tutto ad un’unica causa, un’invenzione per la precisione. Il “superarco delle steppe”, nella versione asimmetrica degli Unni. E’ un arco composito a doppia curva con un “però”, ovvero l’asimmetria che consentiva di costruire archi lunghi fino a 160 cm che non intralciassero la cavalcata.

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La straordinaria lunghezza dell’arco gli attribuiva una notevole potenza a discapito di una precisione che stava all’arciere (che a sorpresa si scrive con la “i”) a cavallo correggere. Questo vantaggio tecnologico consentiva agli unni di sbaragliare i nemici privi di corazza (come i Goti) già da una distanza di 150-200 metri, e contro gli Alani, che utilizzavano cavalieri corazzati, da 75-100 metri. Gli Unni ebbero così la meglio su altri barbari confinanti e li costrinsero a varcare la frontiera romana del Reno la prima volta intorno al 400 e in ondate successive. Alcuni di questi riuscirono a penetrare nel territorio romano e si stanziarono nella penisola Iberica, i Vandali addirittura fino in Nord Africa, tra le province con i più importanti gettiti fiscali dell’Impero d’Occidente. Esso ne usci indubbiamente indebolito ma riuscì, grazie ad abili imperatori o facenti veci, anche a sopravvivere all’invasione diretta degli Unni di Attila (fdd, 452). L’Impero d’Oriente, a differenza di quanto possa sembrare, fu sempre di sostanziale supporto a quello d’Occidente, fino a quell’ultima volta, nel 468, quando i due imperi riuscirono a mettere insieme un contingente di 50000 uomini e 1100 navi per scacciare i Vandali da Cartagine. Riconquistare il Nord Africa avrebbe voluto dire rinvigorire le casse dello stato e dare inizio alla restaurazione. Pare però che un vento da nord-ovest e alcuni brulotti decretarono la fine delle speranze dell’Impero d’Occidente.

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